Deve essere resistente, ma leggero, un metro di altezza, con due ante che si aprono a 180 gradi come gli ingressi dei saloon nel far west. Uno steccato, un recinto per un cane, il mio primo cane. Affidarsi ad un falegname significa spendere quasi un intero stipendio, con tanta buona volontà e (pazienza) è invece possibile farselo da soli.
Io sono figlio di un muratore, figlio di un appassionato di qualsiasi tipo di costruzione, in cemento o in legno, grande lavoratore ma spesso impreciso, lui, pignolo e perfezionista, io. Che sarebbe stata guerra, per realizzare il recinto, era fin troppo prevedibile. Io che costruisco qualcosa a casa senza l’intrusione, legittima, del capofamiglia? Impossibile. Le difficoltà sono nate già da quando il progetto di costruire uno steccato di legno era solo sulla carta.
Meglio farlo più corto, un po’ più alto, usiamo il legno grezzo e lo levighiamo, no, meglio le tavole già pronte, ma non troppo sottili, e nemmeno pesanti. Testa contro testa. Anche il lavoro è stato duro, con ognuno che diceva la sua, con misure differenti, filosofie e tecniche diverse.
Avvitatore elettrico contro il buon vecchio cacciavite a mano. Una sfida del genere. C’è voluto un sacco di tempo per completare l’opera di modesto fascino ma notevole funzionalità. Ma il percorso è stato per me fondamentale. È stata la prima volta che in 26 anni io e mio padre abbiamo lavorato fianco a fianco. Vicini. Io e lui che siamo testoni e duri come la pietra. Molto più simili di quanto ogni figlio non voglia ammettere. Ci scontriamo su ogni cosa, dal modo di preparare il caffè alle preferenze politiche, sino anche al modo di interpretare uno steccato.
Questo lavoro ha dunque avuto un risvolto familiare, e mi ha insegnato un sacco di cose. Prima tra tutte che per avvitare bene una vite autofilettante servono sia l’avvitatore elettrico che il cacciavite: con il primo avviti fino in fondo, con il secondo stringi meglio e con più forza la vite nel legno. Un po’ come passato e presente, analogico e digitale, quelle cose che non riescono mai a disfarsi completamente l’una dell’altra.
E io e mio padre, grazie ad un cane, o meglio, grazie a quest’impresa dello steccato, abbiamo imparato che le idee di ognuno si correggono sempre con i pensieri dell’altro. Anche se poi non lo ammettiamo. Basta il pensiero. Questo per comprendere quanto un’azione apparentemente banale abbia un riscontro molto più profondo, e un effetto più ampio, ed esteso, che ha a che fare con la prospettiva da cui si guarda la vita. Comunque, per lasciare il beneficio del dubbio, la cuccia abbiamo preferito comprarla.

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