Oggi abbiamo un nuovo tipo di articolo.
Intervistiamo per voi Simone Perotti, autore del libro Adesso Basta, che tratta in maniera pratica e a nostro avviso esaustiva il tema del downshifting.
Simone lo abbiamo conosciuto a Rimini per la presentazione del suo ultimo libro “Ufficio di scollocamento“, ed anche in passato leggendo il suo blog http://www.simoneperotti.com/.
Vi invitiamo ad approfondire il fenomeno del downshifting (potete leggere anche questo articolo di Sara) ma per ora vogliamo solo condividere con voi la nostra intervista a Simone.
1) “Se c’è un peccato contro la vita, è forse non tanto disperarne, quanto sperare in un’altra vita, e sottrarsi all’implacabile grandezza di questa.” – Albert Camus – La conoscenza di sé come prima risorsa – Partirei da questa citazione per approfondire questo aspetto: quanto è importante conoscere se stessi prima di intraprendere il viaggio verso un qualsiasi cambiamento?
Troppo spesso ho l’impressione che desideriamo vite inesistenti, non adatte a noi, magari indotte dalla comunicazione e dalle mode. E’ una forma di evasione dalla realtà, invece che di immersione in essa. Non conoscersi, non andare dentro, a fondo, produce alienazione, cioé distacco da sé. Quindi i nostri sogni sono nulli o inautentici. Impossibile partire per un viaggio dimenticando il proprio corpo e la propria mente.
2) Nel libro “Adesso Basta”, Lei afferma che “Il rivoluzionario contemporaneo è un cocciuto, equilibrato individualista”; Quanto sono importanti secondo Lei le motivazioni personali e quanto dobbiamo essere equilibrati ed attenti noi nel perseguire la nostra idea di vita, non rischiando di alienarci dal contesto sociale?
La maggiore alienazione è partecipare senza aver prima svolto la propria ricerca. Chi partecipa? Portando cosa? Un individuo deve sentire la responsabilità sociale e agire per essa gradualmente, dal particolare all’universale. prima deve compiersi come uomo, poi essere un uomo-nel-mondo. La maggior parte della gente mi pare che abbia l’ansia di fidanzarsi, o affiliarsi ad aziende, associazioni, partiti, senza aver fatto il proprio percorso di crescita. Mi pare lo facciano proprio per evitarlo, per scegliere una via più breve, di delega, lavandosi la coscienza. In questa epoca bisogna smettere di partecipare, ritrovare l’equilibrio, cercare l’armonia con se stessi. Solo così potremo dire i molti “no” necessari e poi i molti “si” con cui cambiare.
3) “La responsabilità di evolversi”: la Scuola, la Società stessa, spingono affinché noi diventiamo “Qualcuno”; Ecco, chi stabilisce veramente che quel “Qualcuno” è un vincente o un perdente? A chi dobbiamo dare ascolto per la realizzazione del nostro sogno?
Alla nostra voce, al dialogo interiore con noi stessi. Nel Vangelo di Matteo (io sono ateo, ma il Vangelo è uno splendido romanzo) si dice: “niente di quello che viene da fuori ci può avvelenare”. Mentre quello che viene da dentro sì. Bisogna cercare un antidoto, per evitare di vivere senza accorgerci che stiamo morendo. La società vuole “qualcuno” secondo un parametro inaccettabile e assurdo. La società non è nessuno senza di noi. Ma noi, prima, dobbiamo diventare uomini, smettere di lamentarci, lavorare sul pensiero, su ciò che ci fa del male, su come disinnescarlo. Siamo troppo fragili. Ecco perché accettiamo di essere soddisfatti da quel “qualcuno” o frustrati quando non lo siamo.
4) “Il concetto chiave della vita del singolo: la Libertà, quel difficile percorso che può portarci a vivere in un modo molto simile a come vogliamo..” Esiste davvero un concetto di Libertà o forse meglio di Felicità libero da condizionamenti? Come facciamo a far capire alla gente che ci può essere “un altro modo” per sentirsi liberi ed essere felici, oltre a quello ormai standardizzato dalla Società? (Istruzione, Lavoro, Denaro, Consumo, Famiglia del Mulino Bianco, ecc. ecc.)
Basta cercare dentro le motivazioni della nostra autenticità, ovvero capire chi è la persona che vorremmo essere, che potremmo diventare, e lavorare per quello. Non sappiamo ascoltare? Forse l’uomo che vorremmo essere sa farlo. Diventiamo come lui. È solo un esempio, ce ne sarebbero a migliaia.
5) Prima di mettere in atto il processo di cambiamento, di evoluzione, è necessario secondo Lei arrivare al vertice della piramide oppure abbiamo gli strumenti, anche materiali, per poterlo fare prima? Qual è, se esiste, il momento giusto?
Cambiare vita, in questa epoca, significa uscire dal consumismo. La politica è ancella del potere economico. Cambiare voto, cambiare governo, è del tutto irrilevante. Non sono i politici a comandare. Il nemico è la mentalità mercantile che ci bombarda di pubblicità. Anzi, neppure quello. Il nemico siamo noi che ascoltiamo e ci facciamo rapire sogni e speranze da quella coercizione strisciante. Dunque la rivolta parte da una vita sobria, senza spese inutili, attivando strumenti e stratagemmi per essere fuori dai bisogni commerciali, autoproducendo, vivendo di niente. Ma per farlo serve coraggio, forza d’animo, volontà, creatività, passione, fantasia, saldezza. Ecco perché dobbiamo iniziare a lavorare dentro. Se non facciamo questo lavoro siamo troppo fragili. Il denaro, a quel punto, vince.
6) Il fenomeno del “downshifting”: come intraprenderlo in un momento storico come questo in cui nel nostro Paese, come in diverse altre parti del mondo, ci sono difficoltà economico-finanziare così evidenti? Una soluzione può essere la “diversificazione” delle nostre attività?
Ne parlò Berlinguer nel 1977, nel discorso sull’austerità. Diceva più o meno: dobbiamo vivere in austerity. Ma dato che dobbiamo farlo per la crisi petrolifera, cogliamo l’opportunità di capire che in questo c’è una grande possibilità, cambiare vita, uscire dal consumismo. Siamo nella stessa condizione. Ogni forma di cambiamento oggi passa per questo. Senza uscita dal consumismo non può esserci libertà.
7) Nel Suo percorso di cambiamento, ha mai attraversato momenti in cui ha pensato di essere andato “fuori strada” e che quindi avrebbe fatto meglio a tornare alla sua vecchia vita? E se si, attraverso chi o cosa è riuscito a superarli?
Mai. Neppure una volta. Ho avuto paura, ho sbagliato, ho dovuto correggere modi e comportamenti. Ma non ho mai pensato una sola volta in quasi cinque anni che dovessi tornare indietro. Sono come un amante che va via e non si volta, non ha mai un ripensamento, mai una nostalgia. Un brutto messaggio per chi è stato abbandonato. Vuol dire che è un sistema facile da dimenticare.
8 ) Il nostro progetto “Abmundi”, un social network, un blog, un tentativo di miglioramento delle nostre vite basato sul raggiungimento e sulla condivisione di obbiettivi: che consigli si sente di dare a chi come noi vuole trasformare un sogno nel proprio lavoro?
Di perseverare. Il nostro lavoro DEVE essere il nostro sogno. Altrimenti non ha senso.
9) Crede sia utopistica l’idea di voler rendere il mondo un posto migliore? E nello specifico, nel nostro caso, il volerlo fare attraverso un social network che coinvolga le persone a condividere obbiettivi, crede sia percorribile? Quali possono essere gli obbiettivi primari per convincere il maggior numero di persone ad abbracciare il “Sogno di Abmundi”?
Il mondo sarà migliore non quando avremo trovato un metodo per renderlo migliore dall’alto, con decisioni, leggi, comunicazioni che convincano o obblighino qualcuno a fare o a dire qualcosa. Il mondo sarà migliore, lo definiremo così, quando constateremo che molte persone sono cambiate e sono migliori. Ecco perché l’azione di una persona è così rivoluzionaria. È cambiando lei che il mondo può cambiare. Un uomo che cambia cambia il mondo.
10) L’aspetto commerciale del progetto, ha indubbiamente un peso sia in relazione alla sua riuscita nel breve periodo che in quella nel medio-lungo, che consiglio pratico si sente di darci per “pubblicizzare” il nostro social network non “sminuendone i fini morali e solidali”?
Oggi esistono due tipi di lavoro: quello a fini di lucro (per cui conta solo essere pagati, non importa facendo cosa) e quello volontario (in cui conta solo la motivazione ideale, non importano gli skills professionali di chi fa il volontario). Questo dualismo va spezzato. Occorre concentrarsi su una terza via del lavoro, quella in cui si viene pagati il giusto, occorre dunque essere bravi, occorre applicarsi molto, ma solo a lavori che servono, che hanno un’utilità sociale, che non danneggiano ambiente e persone, che non danneggiano la cultura. Ecco perché io, ad esempio, abolirei la pubblicità dai media, tranne che per le cause sociali. Voi fate tutto quello che potete, fatelo tanto, in tanti, bene. Se si tratta del vostro sogno vale la pena. Ma ricordatevi sempre di invitare le persone a fare il loro lavoro individuale, prima di quello che proponete voi, o avrete molti aderenti, affiliati, sostenitori che dimenticano se stessi mentre sostengono qualcosa di giusto.
Grazie Simone, e buon vento.





