Ho comprato il Kindle. Mosso dalla curiosità stimolata dai tanti pareri discordanti sulla qualità degli eReader. Ero scettico, tremendamente, e lo sono stato sino al primo acquisto. Quasi una beffa, il primo libro digitale che ho comprato è stato un classico: Il Ritratto di Dorian Gray. Ho cominciato subito a soppesare le differenze tra le pagine digitali e quelle cartacee e, la prima cosa che mi è venuta a mancare, è stata l’odore. La seconda lo strofinarsi delle dita sulla carta e sentirne lo spessore, la qualità, il materiale. La terza, ed è stata quella che mi ha maggiormente impressionato, è stata l’impossibilità di vedere l’avanzamento della lettura. Vederlo in senso analogico. Poiché in una brossura ci si accorge dello spostare il segnalibro verso il fondo, del raggomitolarsi delle pagine lette, delle pieghe negli angoli, quelle cose che ti fanno vedere in modo del tutto naturale e analogico l’avanzamento della lettura. Ci tengo molto a questa parola, avanzamento, che non è bellissima, ma in questo caso è molto importante. A queste mancanze – anche questa parola è orribile – il Kindle ha risposto con un’eleganza ed una precisione, sbalorditive. Già il fatto di comprare Il Ritratto di Dorian Gray alla modica cifra di € 0,79 fa già un certo effetto. E la questione degli odori e della carta, davanti a questa cifra, passa decisamente in secondo livello, almeno per me. Arriviamo alla questione dell’avanzamento. Tolta la carta, il Kindle è un oggetto unico, che non cambia mai di forma e dimensione anche se dentro ci si installa la trilogia di Stieg Larsson, e in questo modo non si vede analogicamente lo spostamento del segnalibro o lo stropicciarsi delle pagine lette. C’è però, in basso a destra, un contatore, che se ne sta li senza invadere il territorio delle parole, un preciso indicatore che segnala la percentuale di lettura. Quindi, sostituite le pagine fisiche con quelle digitali, questo numerino ci dice quando siamo al 10%, al 50% o a qualsiasi punto della lettura.
C’è dunque una rinuncia di certi gesti in cambio di nuove sensazioni, abitudini, e movimenti. Un po’ come quando il vecchio vinile ha lasciato spazio alle musicassette e poi ai CD, lasciando il romantico gesto dell’appoggiare la puntina sul disco per cimentarsi nel pigiare il pulsante play. Che poi, con le tecnologie touch, anche i pulsanti sono caduti in disuso.
Mentre Dorian Gray scopriva piano piano la sua maledizione io guardavo l’aumentare della percentuale di lettura, precisissima, mai invadente, e ho pensato a quanto sarebbe utile, utile, nella vita, un contatore di quello che facciamo. Un contatore digitale. Poiché analogici sono il tempo, le cicatrici, le rughe, i calli, le ferite, gli attestati, i documenti e gli errori che segnano l’avanzamento del nostro vivere, del nostro andare in contro ad una certa felicità. Ovviamente, partendo dal fatto che ogni individuo, in un modo unico e irripetibile, cerca di essere felice.
Pensando a questo, sarebbe comodo un contatore per misurare con una certa perversione l’avanzamento della felicità umana, si pone in maniera parallela e delicata, un social net differente: ABMundi. La sua fase embrionale si sta evolvendo verso un progetto più ambizioso, che scarta qualche errore di pensiero e valuta il modo più acuto di misurare la ricerca della felicità di ognuno di noi. Un network che si muove con prudenza, proprio come i libri digitali che costano poco – prudenti -, e avanzamenti meno fisici – così smetterò di guardare le mie cicatrici – ma sempre più leggeri, meno invasivi, più semplici da condividere e raccontare. Poiché per come la vedo io, la vita, è una storia favolosa, da raccontare arricchendola con le parole migliori che riesco a trovare, quasi fosse un romanzo. E se dovessi pubblicarla, probabilmente, cercherei il modo più veloce per farlo, quasi un tweet, o comunque, parole e numeri digitali, e tutte quelle cose che vanno a stuzzicare le emozioni. E queste, si sa, non badano al formato, ma al contenuto.
ABMundi vuole raccontare, con raffinata coerenza e senza malizia, la nostra vita.


