<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>A Better Mundi &#187; Alberto</title>
	<atom:link href="http://www.abettermundi.com/author/alberto-dionigi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.abettermundi.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 28 Nov 2012 08:29:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.2</generator>
		<item>
		<title>Vivere il fallimento</title>
		<link>http://www.abettermundi.com/2012/04/vivere-il-fallimento/</link>
		<comments>http://www.abettermundi.com/2012/04/vivere-il-fallimento/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 07:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.abettermundi.com/?p=295</guid>
		<description><![CDATA[Ho 31 anni e da sette l’umorismo rappresenta il mio lavoro. Non sono un comico bensì uno psicologo e un ricercatore in psicologia dell’umorismo. Quello che mi ha sempre affascinato di questo tema è il cercare di capire perché e &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/04/vivere-il-fallimento/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho 31 anni e da sette l’umorismo rappresenta il mio lavoro. Non sono un comico bensì uno psicologo e un ricercatore in psicologia dell’umorismo. Quello che mi ha sempre affascinato di questo tema è il cercare di capire perché e di fronte a cosa le persone ridono e si divertono. La mia vena umoristica e teatrale, inoltre,  mi ha portato qualche anno fa ad avvicinarmi al mondo della Clown Terapia e tutt’ora svolgo attività come clown negli ospedali .</p>
<p><span id="more-295"></span></p>
<p>Durante tutti questi anni ho partecipato a diversi corsi teatrali e di lavoro sul personaggio del clown e passando intere giornate a lavorare su me stesso ci sono due aspetti che mi hanno colpito (molti di più  a dire il vero, ma per  ragioni di spazio devo limitarmi). Il primo è l’incessante lavoro sulle <strong>emozioni</strong> che viene fatto nei laboratori: ore e ore a comprendere, vivere e impersonificare gioia, tristezza, spavento, rabbia, ansia e dolore, solo per dirne alcune.</p>
<p align="left">Un tale lavoro sulle emozioni è spiegato dal fatto che lo scopo dei clown in ospedale è quello di <strong>modificare lo stato emotivo</strong> in cui i pazienti si trovano. Ad un clown è richiesto di accogliere un’emozione negativa (ad es. ansia o rabbia) e trasformarla in una positiva. Affinchè questo possa essere possibile è importante sperimentarle su se stessi, rimanerci dentro, senza fuggirne via. Spesso, infatti, tendiamo ad evitare le emozioni spiacevoli per paura di non essere in grado di affrontarle. Così facendo, però, evitiamo di confrontarci con esse e diventare capaci di affrontarle e gestirle.</p>
<p align="left">L&#8217;altro aspetto che mi ha colpito è dato dai meccanismi comici alla base del divertimento provato nel vedere un clown all&#8217;opera. Cos&#8217;è che ci fa ridere del clown? Perchè &#8220;funziona&#8221;? Il motivo per cui ridiamo di fronte ad un clown è dato dal suo <strong>fallimento</strong>. E’ nel momento del fallimento, infatti, in cui il clown è afflitto, imbarazzato, affranto, che scatta la risata: non è il personaggio che fa ridere, ma è<strong> l’uomo, nel momento in cui viene “messo a nudo”.</strong></p>
<p align="left">Ma come è possibile? Semplice: viviamo in un mondo in cui l&#8217;uomo non può sbagliare: tutto deve essere perfetto. Quando un clown fallisce, il pubblico si identifica nel fallimento e pensa a quanto è stupido questo personaggio. Unitamente a questa stupidità, va aggiunto il fatto che il clown ha molteplici dubbi: non capisce ma vuole capire e non capendo fallisce.  Inoltre, va sottolineato che <strong>il clown non non finge, è lì seriamente</strong>. Crede in quello che fa, <strong>ed è il suo fallimento vero che scatena il riso</strong>.</p>
<p align="left">Ed è proprio <strong>dal concetto di fallimento che ognuno di noi può  lavorare sulle proprie inadeguatezze o sconfitte personali.</strong> <em>“Il clown non esiste al di fuori dell’attore che lo recita: siamo tutti dei clown, crediamo tutti di essere belli, intelligenti e forti, mentre ognuno di noi ha le sue debolezze, i lati ridicoli che, rivelandosi, provocano il riso”</em></p>
<p>E&#8217; vero che il  clown indossa pur sempre una maschera, il naso rosso, definito come la maschera più piccola del mondo e gliene affida un potere enorme.  Ma questa maschera ha lo scopo di metterlo a contatto con la parte più emotiva e primitiva di sè. Indossare la maschera più piccola del mondo porta a lavorare su aspetti di sé tenuti convenzionalmente nascosti, <strong>facendo emergere i lati ridicoli che esistono già in ognuno di noi e accettandoli</strong> attraverso una drammatizzazione teatrale. E’ anche vero che i grandi clown del cinema, lo sono anche senza indossare il naso rosso: Charlie Chaplin e Stanlio e Ollio sono alcuni degli esempi più citati. Guardando le loro disavventure, vedendoli alle prese con il loro fallimento, noi possiamo ridere di loro e delle loro sfortune.</p>
<p>Ma non solo il pubblico trae giovamento. Anche lo stesso clown, vivendo il proprio fallimento, instaura un nuovo rapporto con se stesso, in quanto non ha più necessita di salvaguardare la propria faccia diventa libero di<strong> ridere di se stesso per poter far ridere gli altri.</strong> Non si tratta di “fare il clown”, ma di “essere clown”.</p>
<p>È un “lavoro su di sé” che cerca un sentimento profondo e indaga uno degli aspetti importanti della recitazione:<strong> essere veri.</strong> Immaginiamo di vivere un evento triste, che ci porta alal disperazione e al pianto. Noi non vorremmo piangere, il nostro volto resiste, ma accade. Anche le disgrazie al clown accadono davvero.  Il clown non è un pagliaccio, ha una base tragica e attraverso la sua stupidità inventa  di continuo perché ha necessità di uscire dalla sua situazione, ma appare goffo e ci fa ridere. <strong>Il suo fallimento ci fa ridere</strong>.</p>
<p>Di mio, mi auguro che i miei fallimenti possano fare ridere qualcuno.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.abettermundi.com/2012/04/vivere-il-fallimento/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il valore dell’amicizia</title>
		<link>http://www.abettermundi.com/2012/03/il-valore-dellamicizia/</link>
		<comments>http://www.abettermundi.com/2012/03/il-valore-dellamicizia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 09:08:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.abettermundi.com/?p=275</guid>
		<description><![CDATA[Scrivo questo post mentre sono seduto su di un treno , durante il ritorno da una giornata lavorativa fuori regione. Negli ultimi mesi mi capita sovente di viaggiare per lavoro, a volte in auto e spesso in treno. Le mie &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/03/il-valore-dellamicizia/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo questo post mentre sono seduto su di un treno , durante il ritorno da una giornata lavorativa fuori regione. Negli ultimi mesi mi capita sovente di viaggiare per lavoro, a volte in auto e spesso in treno. Le mie trasferte hanno una durata limitata: parto la mattina presto e torno la sera tardi. In un solo giorno percorro centinaia di chilometri. Tuttavia mi reputo <strong>una persona fortunata</strong>: faccio il lavoro che mi piace fare ed ho la possibilità di spostarmi, in città diverse e conoscere molte persone. Per come sono fatto è un fattore che rende stupendo il mio lavoro e sopportabili le lunghe trasferte.</p>
<p>Certo, anche in questo momento <strong>non vedo l’ora di arrivare a casa</strong>,<span id="more-275"></span></p>
<p>la mia casa, per mettermi in libertà e godermi quella restante notte in silenzio, lontano dalla frenesia dei rumori delle città, dei clacson dei taxi, dall’ormai familiare sirena che precede la chiusura delle porte del treno. Ciò che manca, oltre alla casa fisica in sé, è la sensazione di calore che circonda e riempie la vita di ognuno: <strong>gli affetti e la vicinanza di persone amiche</strong>.</p>
<p>Ed è di questo che vorrei scrivere oggi: l’importanza di avere delle persone che possono  darti nostalgia di casa e aiuto per affrontare anche i più lunghi viaggi. Mi vorrei soffermare su uno degli aspetti che reputo più importanti nella vita di ognuno:l’amicizia.</p>
<p>Un noto proverbio recita che <strong>chi trova un amico, trova un tesoro</strong>. Ed in queste poche parole risiede una grandissima verità. Considero l&#8217;<strong>amicizia</strong>, quella vera e disinteressata, un tesoro dal valore inestimabile. Un <strong>dono prezioso</strong>, straordinario, che può cambiare la nostra vita. Si sente spesso dire che le persone importanti si vedono nel momento del bisogno e altrettanto spesso si sente dire che gli amici veri si contano sulle dita di una mano; questo per sottolinearne l’importanza.</p>
<p>L’amicizia, tuttavia, può portare con sé anche sentimenti diversi: quanto spesso capita di sentirsi giudicati in base agli amici che si hanno. Oppure, ancora, nel mondo virtuale, capita che l’amicizia diventi strumento di misurazione del valore personale: “<strong>quanti amici hai?”</strong> “quante persone ti seguono?” sono solo alcune delle domande che sento frequentemente  riferendosi agli ormai “indispensabili” social network. Purtroppo, queste domande veicolano un messaggio sbagliato, fatto di competizione, rivalsa narcisistica e spesso ipocrisia (alzi la mano a chi non è mai capitato di avere un contatto su un social network che se ti incontra per strada neanche ti saluta…).  Quanto spesso, ahimè, troviamo persone che provano <strong>invidia o competizione</strong> per i propri amici.</p>
<p>Quante di queste persone possono dirsi amiche? Con quante di queste persone possiamo condividere non solo le vittorie, ma anche le nostre difficoltà e i nostri fallimenti? Credo che uno dei valori fondamentali dell’amicizia sia proprio questo: il supporto reciproco, basato su una conoscenza dei propri e altrui limiti e potenzialità. Quasi <strong>come se si parlasse di un parente</strong>, non a casa si dice che <strong>gli amici sono la famiglia che ci scegliamo</strong> e spesso ci rivolgiamo ai nostri amici usando termini che richiamano a vincoli di consanguineità: chiamiamo gli amici a noi più cari <strong>fratello</strong> o <strong>sorella</strong>.</p>
<p>Fermiamoci un attimo a pensare che cosa cerchiamo dai nostri amici. Che cosa condividiamo con loro? Sicuramente momenti di spensieratezza, di divertimento, di risate, partecipiamo ai loro successi e alla loro gioia. Non vi è competizione, vi è gioia reciproca, così come se avessimo avuto noi quella fortuna. E loro con noi.</p>
<p>Ma  la vita si sa, non riserva solo momenti belli: <strong>con gli amici anche affrontare i dispiaceri diventa più semplice.</strong> E quante volte  ci troviamo in difficoltà, ci poniamo obiettivi ma non sappiamo come realizzarli, ci sentiamo scoraggiati e abbiamo bisogno di sfogarci con qualcuno? E chi meglio di un amico può ascoltarci, supportarci  e spesso sopportarci?</p>
<p>Pensiamo a quante volte abbiamo detto a qualcuno: <strong>grazie per esserci stato</strong>, <strong>da solo non ce l’avrei mai fatta. </strong>Credo che questo siano alcuni dei valori più importanti dell’amicizia l’importanza di avere <strong>qualcuno che possa gioire quando noi gioiamo, e che si di al possibilità di piangere quando noi piangiamo.</strong></p>
<p>Pensiamo a quanto è importante avere il supporto di qualcuno, qualcuno che possa darci l’aiuto quando ne abbiamo più bisogno.  E se ci guardiamo bene, anche quando le cose sembrano non andare come vogliamo, quando ci sentiamo sperduti, un amico c’è sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"> “..<em>io</em> <em>lo so che non sono solo anche quando solo, </em></p>
<p align="right"><em>e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango..</em>”</p>
<p align="right">L. Cherubini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.abettermundi.com/2012/03/il-valore-dellamicizia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Piccole cose quotidiane</title>
		<link>http://www.abettermundi.com/2012/01/piccole-cose-quotidiane/</link>
		<comments>http://www.abettermundi.com/2012/01/piccole-cose-quotidiane/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 22:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.abettermundi.com/?p=187</guid>
		<description><![CDATA[Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di recarmi all’estero. Sia per lavoro che per divertimento. E ci sono alcune cose che hanno catturato la mia attenzione e hanno dato vita ad una serie di pensieri.L’estate scorsa, ad esempio, &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/01/piccole-cose-quotidiane/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di recarmi all’estero. Sia per lavoro che per divertimento. E ci sono alcune cose che hanno catturato la mia attenzione e hanno dato vita ad una serie di pensieri.L’estate scorsa, ad esempio, mi trovavo  a Tartu, ridente cittadina estone, in procinto di attraversare una strada deserta e mentre eravamo sulle strisce pedonali, nei pressi di un semaforo, il segnale dei pedoni diventò rosso. Un secondo prima di fermarmi, arriva un simpatico professore tedesco, che faceva parte del mio gruppo di viaggio, che in inglese mi dice: <span id="more-187"></span></p>
<p>“Alberto, fermati. So che sei Italiano, e che sei abituato a fregartene della segnaletica, ma il segnale è rosso”. Rimango sbigottito e un poco infastidito da questo stereotipo calzatomi istantaneamente addosso e prima ancora di poter ribattere, lui aggiunge: “E ricorda, anche se non c’è alcuna auto, devi aspettare che il segnale diventi verde”. Ci mancava solo che mi invitasse a mangiare pizza e spaghetti che il quadro era completo.</p>
<p>Ancora più infastidito, non dico nulla, e maschero il mio risentimento con un velato sorriso, limintandomi a rispondergli che mi ero già fermato.</p>
<p>Il mio corpo si era fermato. Ma i miei pensieri cominciarono a correre… Nei mesi successivi sono stato in Svezia ed in Austria, in città maggiormente frequentate dal punto di vista turistico, anche da italiani. Nonostante fossi a migliaia di km dall’Estonia, il tarlo oramai si era insidiato in me, tanto che cominciai a prestare attenzione ai passanti sulle strisce. e qui… una sorpresa! Gli <strong>italiani </strong>sono gli <strong>unici</strong> che ringraziano quando un’auto si ferma alle strisce! Eccola lì la rivincita! Gli italiani, <strong>l’unico popolo educato al mondo</strong>! In un sol colpo la mia rivalsa aveva il gusto piacevole della vittoria italiana, non solo sul popolo teutonico, ma sulla popolazione mondiale. Mi sentivo come dopo aver sbaragliato i miei concorrenti a Risiko! I miei pensieri erano stati soppiantati da tanti carrarmatini colorati.</p>
<p>Ma la triste verità, mi aspettava a casa, in Italia.</p>
<p>Trovandomi ad attraversare sulle strisce raramente mi sono imbattuto in qualcuno che si fermasse… Più e più volte ho dovuto dare io una precedenza che mi spettava di diritto in quanto pedone. Ma come era possibile tutto ciò? Tutto mi fu chiaro, quando finalmente trovai qualcuno che si fermò sulle strisce e mi fece passare. Lo ringraziai… Ora, avevo capito. Gli italiani ringraziano non perché sono più educati, bensì perché non abituati alla buona educazione.</p>
<p>Un’abitudine impartita sin dall’età evolutiva in tutto il mondo, in Italia diventa un elemento di diversione. Sia ben chiaro, non sono qui a generalizzare, ma credo che molti di coloro che leggono questo post possono facilmente verificare quanto da me scritto.</p>
<p>Volevo, infine collegarmi con il post pubblicato d Fabio intitolato “l’effetto farfalla” in cui suggerisce di sorridere alla cassiera: anche il fermarsi  alle strisce è un piccolo gesto, ma può avere un effetto propagante.</p>
<p>Piccolo gesti: sorridere, fermarsi  alle strisce&#8230; continuiamo la lista.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.abettermundi.com/2012/01/piccole-cose-quotidiane/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare</title>
		<link>http://www.abettermundi.com/2011/10/non-c%e2%80%99e-nulla-di-immutabile-tranne-l%e2%80%99esigenza-di-cambiare/</link>
		<comments>http://www.abettermundi.com/2011/10/non-c%e2%80%99e-nulla-di-immutabile-tranne-l%e2%80%99esigenza-di-cambiare/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 23:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.abettermundi.com/?p=104</guid>
		<description><![CDATA[Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo. Mahatma Gandhi   Questo è il mio primo post per un nuovo blog. Un blog che nasce dall’idea di un caro amico che ha deciso di credere nel suo progetto e &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2011/10/non-c%e2%80%99e-nulla-di-immutabile-tranne-l%e2%80%99esigenza-di-cambiare/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><strong></strong><em>Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo</em>.</p>
<p align="right">Mahatma Gandhi</p>
<p align="right"><strong> </strong></p>
<p>Questo è il mio primo post per un nuovo blog. Un blog che nasce dall’idea di un caro amico che ha deciso di credere nel suo progetto e in delle persone. Io sono una di quelle. Faccio parte &#8220;dell’equipaggio di questa barca” e tralasciando gli aspetti tecnici, questo è un progetto fatto di condivisione. E ciò che mi ha spinto a salirci sopra è stato il fatto di essere subito stato colpito dal nome e dall&#8217;intento: <strong>A Better Mundi: Agire per qualcosa di buono</strong><span id="more-104"></span></p>
<p><strong></strong>Cosa significa agire per qualcosa di buono? E perché farlo? Ma soprattutto, per chi farlo? Molti di noi vorrebbero agire, vorrebbero cambiare ma si fermano a pensare tanto e rimangono imbrigliati nelle proprie paure. C’è chi decide di mettersi a dieta, di fare un viaggio, di cambiare taglio di capelli, di smettere di fumare.  Ma poi alla fine desiste. La sera, prima di addormentarci riflettiamo sulla nostra vita, sui nostri pensieri, sul nostro essere e notiamo che ci sono aspetti che ci piacerebbe decisamente migliorare. Poi, però, non lo facciamo.</p>
<p>Leggendo questi propositi, vi chiederete: dov’è il qualcosa di buono? Quasi come se per qualcosa di buono dovessimo solo intendere il volontariato, il disporsi verso altri, il farsi in quattro. Credo che come nell’aforisma di Gandhi ad inizio pagina, il primo cambiamento debba avvenire in noi con la speranza che questo possa essere di stimolo per poi espandersi come una vampa incendiaria nel cuore e nell’animo di chi ci sta vicino.</p>
<p>Nel momento in cui arriva il tempo di attuare il cambiamento, di agire, spesso però fuggiamo spaventati e ci rifugiamo nelle nostre certezze, raccontandoci anche delle illusorie falsità: alla fine non sono poi così grasso, meglio stare qui in Italia che si mangia meglio, questo taglio di capelli ormai mi caratterizza e perché smettere di fumare se in fondo mi calma l’ansia e ci sono altre mille cose che fanno male alla salute e non posso evitarle?</p>
<p>Apportare un<strong> cambiamento, </strong>significa sempre e comunque<strong> perdere una stabilità ed un equilibrio </strong>che ci si era conquistati. Di fronte a situazioni nuove il nostro cervello non trova nel suo “archivio” le stesse esperienze e il risultato può essere una non azione. Quindi <strong>anche se si vuole cambiare, molto spesso non si sa come fare, </strong>da dove cominciare.</p>
<p>Un altro motivo che ci blocca nel cambiamento è dato da scarsa considerazione di noi stessi: è possibile che non agiamo perché non ci riteniamo all’altezza o perché, in vista di qualcosa di ignoto, di non conosciuto, possiamo essere spaventati. Nelle situazioni conosciute sappiamo cosa stiamo vivendo, cosa faremo, conosciamo le conseguenze delle nostre azioni. Abbiamo delle certezze. Quindi,  essendo tutto conosciuto, non proviamo paura.</p>
<p>In tutto questo, è importante ricordarci che non siamo delle isole. Siamo costantemente circondati da persone. Ma che influenza ha il contesto che ci circonda? Le teorie psicologiche ci dicono che esiste un’interazione dinamica e reciproca, di fattori personali, ambientali e comportamentali. In questo concetto, l&#8217;ambiente (sotto la forma di relazioni interpersonali) può forgiare e mantiene il comportamento, ma anche essere di forte motivazione per modificarlo.</p>
<p>Possiamo sentirci spronati o bloccati dagli altri ad attuare il nostro cambiamento. Ma se pensiamo comunque che possiamo sbagliare, e sbagliare è per noi tremendo, beh.. allora un errore equivale ad un fallimento. Ed il fallimento viene vissuto come una sconfitta personale: il nostro cervello attua una valutazione negativa a cui si associa un’emozione spiacevole ed ecco quindi il blocco.</p>
<p>Quindi, come possiamo fare il primo passo? Ritornando alla trilogia mentale occorre innescare una forte motivazione per incamminarsi sulla strada del cambiamento. <strong>Alla base del cambiamento vi è la motivazione. </strong>Grande o piccolo che sia. La motivazione è il motore che spinge all’azione.<strong> </strong>La motivazione rappresenta il risultato dell’interazione tra emozione e valutazione cognitiva. Ma la motivazione è strettamente legata alle emozioni.  Un ottimo punto di partenza per arrivare al cambiamento è arrivare a consapevolezza delle proprie emozioni, e cavalcarle..</p>
<p>Sinceramente, non so bene quale scopo avrà questo blog.. Ma sono sicuro che non servirà a infondere o impiantare qualcosa dentro di noi, ma avrà lo scopo di potenziare e di tirare fuori la motivazione che è già in noi. Mi piacerebbe che leggendo gli articoli di questo blog, i temi trattati possano toccare corde emotive particolari. Possano smuovere qualcosa che c’è già…</p>
<p>Voglio concludere con un aforisma di Saint-Exupéry, che si sposa perfettamente con la metafora della barca e con l’importanza di seguire le proprie emozioni:  <strong></strong></p>
<p><em>“Se vuoi costruire una nave</em>, <em>non radunare</em> gli <em>uomini per raccogliere</em> il legno <em>e distribuire</em> i <em>compiti ma</em>, <em>insegna loro</em> la <em>nostalgia del mare ampio e infinito</em>&#8221;</p>
<p>Buon viaggio a tutti!</p>
<p align="right"> Alberto, il mastro sarto di questa nave.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.abettermundi.com/2011/10/non-c%e2%80%99e-nulla-di-immutabile-tranne-l%e2%80%99esigenza-di-cambiare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
	<p style="font-size:10px;">Plugin by <a target ="_blank" href="http://nickpowers.info/wordpress-plugins/social-author-bio/">Social Author Bio</a></p></channel>
</rss>
