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	<title>A Better Mundi</title>
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		<title>Cacciavite contro avvitatore</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 20:05:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bertozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/11/cacciavite-contro-avvitatore.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-391" src="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/11/cacciavite-contro-avvitatore.png" alt="" width="650" height="441" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Deve essere resistente, ma leggero, un metro di altezza, con due ante che si aprono a 180 gradi come gli ingressi dei saloon nel far west. Uno steccato, un recinto per un cane, il mio primo cane. Affidarsi ad un falegname significa spendere quasi un intero stipendio, con tanta buona volontà e (pazienza) è invece possibile farselo da soli.</p>
<p style="text-align: justify">Io sono figlio di un muratore, figlio di un appassionato di qualsiasi tipo di costruzione, in cemento o in legno, grande lavoratore ma spesso impreciso, lui, pignolo e perfezionista, io. Che sarebbe stata guerra, per realizzare il recinto, era fin troppo prevedibile. Io che costruisco qualcosa a casa senza l’intrusione, legittima, del capofamiglia? Impossibile. Le difficoltà sono nate già da quando il progetto di costruire uno steccato di legno era solo sulla carta.</p>
<p style="text-align: justify">Meglio farlo più corto, un po’ più alto, usiamo il legno grezzo e lo levighiamo, no, meglio le tavole già pronte, ma non troppo sottili, e nemmeno pesanti. Testa contro testa. Anche il lavoro è stato duro, con ognuno che diceva la sua, con misure differenti, filosofie e tecniche diverse.</p>
<p style="text-align: justify">Avvitatore elettrico contro il buon vecchio cacciavite a mano. Una sfida del genere. C’è voluto un sacco di tempo per completare l’opera di modesto fascino ma notevole funzionalità. Ma il percorso è stato per me fondamentale. È stata la prima volta che in 26 anni io e mio padre abbiamo lavorato fianco a fianco. Vicini. Io e lui che siamo testoni e duri come la pietra. Molto più simili di quanto ogni figlio non voglia ammettere. Ci scontriamo su ogni cosa, dal modo di preparare il caffè alle preferenze politiche, sino anche al modo di interpretare uno steccato.</p>
<p style="text-align: justify">Questo lavoro ha dunque avuto un risvolto familiare, e mi ha insegnato un sacco di cose. Prima tra tutte che per avvitare bene una vite autofilettante servono sia l’avvitatore elettrico che il cacciavite: con il primo avviti fino in fondo, con il secondo stringi meglio e con più forza la vite nel legno. Un po’ come passato e presente, analogico e digitale, quelle cose che non riescono mai a disfarsi completamente l’una dell’altra.</p>
<p style="text-align: justify">E io e mio padre, grazie ad un cane, o meglio, grazie a quest’impresa dello steccato, abbiamo imparato che le idee di ognuno si correggono sempre con i pensieri dell’altro. Anche se poi non lo ammettiamo. Basta il pensiero. Questo per comprendere quanto un’azione apparentemente banale abbia un riscontro molto più profondo, e un effetto più ampio, ed esteso, che ha a che fare con la prospettiva da cui si guarda la vita. Comunque, per lasciare il beneficio del dubbio, la cuccia abbiamo preferito comprarla.</p>
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		<title>Simone Perotti in 10 domande</title>
		<link>http://www.abettermundi.com/2012/06/10-domande-a-simone-perotti/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2012 14:55:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Fabbrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>
		<category><![CDATA[percorso]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi abbiamo un nuovo tipo di articolo. Intervistiamo per voi Simone Perotti, autore del libro Adesso Basta, che tratta in maniera pratica e a nostro avviso esaustiva il tema del downshifting. Simone lo abbiamo conosciuto a Rimini per la presentazione &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/06/10-domande-a-simone-perotti/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" src="http://4.bp.blogspot.com/_xwO3GiLOihQ/TOJvCezmGGI/AAAAAAAAANI/fvIJqdK2fD4/s1600/in%2Bregata.jpg" alt="" width="279" height="185" />Oggi abbiamo un nuovo tipo di articolo.</p>
<p>Intervistiamo per voi Simone Perotti, autore del libro <strong>Adesso Basta</strong>, che tratta in maniera pratica e a nostro avviso esaustiva il tema del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Downshifting">downshifting</a>.<br />
Simone lo abbiamo conosciuto a Rimini per la presentazione del suo ultimo libro &#8220;<a href="http://www.amazon.it/Ufficio-scollocamento-proposta-ricominciare-ebook/dp/B0082B76X8/ref=sr_1_2?ie=UTF8&amp;qid=1340375738&amp;sr=8-2">Ufficio di scollocamento</a>&#8220;, ed anche in passato leggendo il suo blog <a href="http://www.simoneperotti.com/">http://www.simoneperotti.com/</a>.</p>
<p><span id="more-372"></span>Vi invitiamo ad approfondire il fenomeno del downshifting (potete leggere anche questo <a href="http://blog.tui.it/tuigreen/downshifting-tutti-lo-dicono-alcuni-lo-fanno/">articolo</a> di Sara) ma per ora vogliamo solo condividere con voi la nostra intervista a Simone.</p>
<p><strong>1)</strong> “Se c’è un peccato contro la vita, è forse non tanto disperarne, quanto sperare in un’altra vita, e sottrarsi all’implacabile grandezza di questa.” &#8211; Albert Camus – La conoscenza di sé come prima risorsa – <strong>Partirei da questa citazione per approfondire questo aspetto: quanto è importante conoscere se stessi prima di intraprendere il viaggio verso un qualsiasi cambiamento?</strong></p>
<p><em>Troppo spesso ho l&#8217;impressione che desideriamo vite inesistenti, non adatte a noi, magari indotte dalla comunicazione e dalle mode. E&#8217; una forma di evasione dalla realtà, invece che di immersione in essa. Non conoscersi, non andare dentro, a fondo, produce alienazione, cioé distacco da sé. Quindi i nostri sogni sono nulli o inautentici. Impossibile partire per un viaggio dimenticando il proprio corpo e la propria mente.</em></p>
<p><strong>2) </strong>Nel libro “Adesso Basta”, Lei afferma che “Il rivoluzionario contemporaneo è un cocciuto, equilibrato individualista”; <strong>Quanto sono importanti secondo Lei le motivazioni personali e quanto dobbiamo essere equilibrati ed attenti noi nel perseguire la nostra idea di vita, non rischiando di alienarci dal contesto sociale?</strong></p>
<p><em>La maggiore alienazione è partecipare senza aver prima svolto la propria ricerca. Chi partecipa? Portando cosa? Un individuo deve sentire la responsabilità sociale e agire per essa gradualmente, dal particolare all&#8217;universale. prima deve compiersi come uomo, poi essere un uomo-nel-mondo. La maggior parte della gente mi pare che abbia l&#8217;ansia di fidanzarsi, o affiliarsi ad aziende, associazioni, partiti, senza aver fatto il proprio percorso di crescita. Mi pare lo facciano proprio per evitarlo, per scegliere una via più breve, di delega, lavandosi la coscienza. In questa epoca bisogna smettere di partecipare, ritrovare l&#8217;equilibrio, cercare l&#8217;armonia con se stessi. Solo così potremo dire i molti &#8220;no&#8221; necessari e poi i molti &#8220;si&#8221; con cui cambiare.</em></p>
<p><strong>3)</strong> “La responsabilità di evolversi”: la Scuola, la Società stessa, spingono affinché noi diventiamo “Qualcuno”; <strong>Ecco, chi stabilisce veramente che quel “Qualcuno” è un vincente o un perdente? A chi dobbiamo dare ascolto per la realizzazione del nostro sogno?</strong></p>
<p><em>Alla nostra voce, al dialogo interiore con noi stessi. Nel Vangelo di Matteo (io sono ateo, ma il Vangelo è uno splendido romanzo) si dice: &#8220;niente di quello che viene da fuori ci può avvelenare&#8221;. Mentre quello che viene da dentro sì. Bisogna cercare un antidoto, per evitare di vivere senza accorgerci che stiamo morendo. La società vuole &#8220;qualcuno&#8221; secondo un parametro inaccettabile e assurdo. La società non è nessuno senza di noi. Ma noi, prima, dobbiamo diventare uomini, smettere di lamentarci, lavorare sul pensiero, su ciò che ci fa del male, su come disinnescarlo. Siamo troppo fragili. Ecco perché accettiamo di essere soddisfatti da quel &#8220;qualcuno&#8221; o frustrati quando non lo siamo.</em></p>
<p><strong>4)</strong> “Il concetto chiave della vita del singolo: la Libertà, quel difficile percorso che può portarci a vivere in un modo molto simile a come vogliamo..” <strong>Esiste davvero un concetto di Libertà o forse meglio di Felicità libero da condizionamenti? Come facciamo a far capire alla gente che ci può essere “un altro modo” per sentirsi liberi ed essere felici, oltre a quello ormai standardizzato dalla Società?</strong> (Istruzione, Lavoro, Denaro, Consumo, Famiglia del Mulino Bianco, ecc. ecc.)</p>
<p><em>Basta cercare dentro le motivazioni della nostra autenticità, ovvero capire chi è la persona che vorremmo essere, che potremmo diventare, e lavorare per quello. Non sappiamo ascoltare? Forse l&#8217;uomo che vorremmo essere sa farlo. Diventiamo come lui. È solo un esempio, ce ne sarebbero a migliaia.</em></p>
<p><strong>5) Prima di mettere in atto il processo di cambiamento, di evoluzione, è necessario secondo Lei arrivare al vertice della piramide oppure abbiamo gli strumenti, anche materiali, per poterlo fare prima? Qual è, se esiste, il momento giusto?</strong></p>
<p><em>Cambiare vita, in questa epoca, significa uscire dal consumismo. La politica è ancella del potere economico. Cambiare voto, cambiare governo, è del tutto irrilevante. Non sono i politici a comandare. Il nemico è la mentalità mercantile che ci bombarda di pubblicità. Anzi, neppure quello. Il nemico siamo noi che ascoltiamo e ci facciamo rapire sogni e speranze da quella coercizione strisciante. Dunque la rivolta parte da una vita sobria, senza spese inutili, attivando strumenti e stratagemmi per essere fuori dai bisogni commerciali, autoproducendo, vivendo di niente. Ma per farlo serve coraggio, forza d&#8217;animo, volontà, creatività, passione, fantasia, saldezza. Ecco perché dobbiamo iniziare a lavorare dentro. Se non facciamo questo lavoro siamo troppo fragili. Il denaro, a quel punto, vince.</em></p>
<p><strong>6) Il fenomeno del “downshifting”: come intraprenderlo in un momento storico come questo in cui nel nostro Paese, come in diverse altre parti del mondo, ci sono difficoltà economico-finanziare così evidenti? Una soluzione può essere la “diversificazione” delle nostre attività?</strong></p>
<p><em>Ne parlò Berlinguer nel 1977, nel discorso sull&#8217;austerità. Diceva più o meno: dobbiamo vivere in austerity. Ma dato che dobbiamo farlo per la crisi petrolifera, cogliamo l&#8217;opportunità di capire che in questo c&#8217;è una grande possibilità, cambiare vita, uscire dal consumismo. Siamo nella stessa condizione. Ogni forma di cambiamento oggi passa per questo. Senza uscita dal consumismo non può esserci libertà.</em></p>
<p><strong>7) Nel Suo percorso di cambiamento, ha mai attraversato momenti in cui ha pensato di essere andato “fuori strada” e che quindi avrebbe fatto meglio a tornare alla sua vecchia vita? E se si, attraverso chi o cosa è riuscito a superarli?</strong></p>
<p><em>Mai. Neppure una volta. Ho avuto paura, ho sbagliato, ho dovuto correggere modi e comportamenti. Ma non ho mai pensato una sola volta in quasi cinque anni che dovessi tornare indietro. Sono come un amante che va via e non si volta, non ha mai un ripensamento, mai una nostalgia. Un brutto messaggio per chi è stato abbandonato. Vuol dire che è un sistema facile da dimenticare.</em></p>
<p><strong>8 ) Il nostro progetto “Abmundi”, un social network, un blog, un tentativo di miglioramento delle nostre vite basato sul raggiungimento e sulla condivisione di obbiettivi: che consigli si sente di dare a chi come noi vuole trasformare un sogno nel proprio lavoro?</strong></p>
<p><em>Di perseverare. Il nostro lavoro DEVE essere il nostro sogno. Altrimenti non ha senso.</em></p>
<p><strong>9) Crede sia utopistica l’idea di voler rendere il mondo un posto migliore? E nello specifico, nel nostro caso, il volerlo fare attraverso un social network che coinvolga le persone a condividere obbiettivi, crede sia percorribile? Quali possono essere gli obbiettivi primari per convincere il maggior numero di persone ad abbracciare il “Sogno di Abmundi”?</strong></p>
<p><em>Il mondo sarà migliore non quando avremo trovato un metodo per renderlo migliore dall&#8217;alto, con decisioni, leggi, comunicazioni che convincano o obblighino qualcuno a fare o a dire qualcosa. Il mondo sarà migliore, lo definiremo così, quando constateremo che molte persone sono cambiate e sono migliori. Ecco perché l&#8217;azione di una persona è così rivoluzionaria. È cambiando lei che il mondo può cambiare. Un uomo che cambia cambia il mondo.</em></p>
<p><strong>10) L’aspetto commerciale del progetto, ha indubbiamente un peso sia in relazione alla sua riuscita nel breve periodo che in quella nel medio-lungo, che consiglio pratico si sente di darci per “pubblicizzare” il nostro social network non “sminuendone i fini morali e solidali”?</strong></p>
<p><em>Oggi esistono due tipi di lavoro: quello a fini di lucro (per cui conta solo essere pagati, non importa facendo cosa) e quello volontario (in cui conta solo la motivazione ideale, non importano gli skills professionali di chi fa il volontario). Questo dualismo va spezzato. Occorre concentrarsi su una terza via del lavoro, quella in cui si viene pagati il giusto, occorre dunque essere bravi, occorre applicarsi molto, ma solo a lavori che servono, che hanno un&#8217;utilità sociale, che non danneggiano ambiente e persone, che non danneggiano la cultura. Ecco perché io, ad esempio, abolirei la pubblicità dai media, tranne che per le cause sociali. Voi fate tutto quello che potete, fatelo tanto, in tanti, bene. Se si tratta del vostro sogno vale la pena. Ma ricordatevi sempre di invitare le persone a fare il loro lavoro individuale, prima di quello che proponete voi, o avrete molti aderenti, affiliati, sostenitori che dimenticano se stessi mentre sostengono qualcosa di giusto.</em></p>
<p>Grazie Simone, e buon vento.</p>
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		<title>UNA GIORNATA NO!!</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jun 2012 10:39:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Delbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

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		<description><![CDATA[Quante giornate no vi capitano in un anno? Io non le sto a contare tutte ma, sono parecchie: C&#8217;è la giornata in cui ricevi cattive notizie, la giornata in cui la macchina non ti parte e arrivi in ritardo al &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/06/una-giornata-no/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Quante <em>giornate no</em> vi capitano in un anno?</strong> Io non le sto a contare tutte ma, sono parecchie: C&#8217;è la giornata in cui ricevi cattive notizie, la giornata in cui la macchina non ti parte e <strong></strong>arrivi in ritardo al lavoro o ad un appuntamento, mentre cerchi un autobus ti cade il cellulare e si rompe, al lavoro il capo ti fa la predica, hai dimenticato i soldi del pranzo e quando torni a casa sei di un umore così nero che litighi con chiunque ti si avvicina; e una di quelle giornate in cui ci si alza con la luna storta senza un motivo? mai capitate giornate del genere?<strong><span id="more-363"></span></strong><br />
<strong>Una <em>giornata no</em> esiste nella vita di chiunque, il tuo umore è così fragile che basta una parola storta o un piccolo diverbio che tutto va in frantumi.</strong><br />
A me capita, in queste giornate, di aver l<strong>a sensazione di non essere capita da nessuno, qualsiasi cosa mi urta e mi fa innervosire, iniziano le paranoie e tutte le mie certezze vengono messe in discussione</strong>: “Nessuno mi capisce”, “A nessuno importa di me”, “Non sono buona a fare niente”!! In queste giornate non ho voglia di fare nulla, mi chiudo in me stessa per non pensare, <strong>è uno stato d&#8217;animo difficile da spiegare agli altri,</strong> in queste giornate si arriva anche a pensare di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato ed<strong> il senso della propria vita sembra inesistente.</strong><br />
Il peso della quotidianità diventa opprimente e ci sembra di dover combattere ogni giorno contro i “mulini a vento” &#8230;. ma è solo una <em>giornata no.</em><br />
<strong>Tutte le volte che attraversiamo un momento difficile tendiamo a credere che sarà sempre così, che non riusciremo a venirne fuori. Invece, succede ogni volta, anche una <em>giornata no</em> finisce. Allora che fare? Stare lì seduti ad aspettare che il proprio umore torni sereno da solo il giorno dopo?</strong> A me questa soluzione non piace, mi sembra di perdere tempo,<strong> sprecare una giornata in cui si potrebbe essere felici</strong> per incapacità di reagire non fa per me.<br />
Per risolvere la situazione ho escogitato un metodo: <strong>fare tutto ciò che mi rende felice e mi fa sorridere, allora mi sono chiesta: cosa mi rende felice?</strong> Questa, amici miei, è stata la parte più difficile, ma ci sono riuscita e ho composto una lista di cose che mi migliorano la giornata, ecco alcuni esempi:<br />
1.<strong>Farmi coccolare dalla mia cagnolina</strong> che tutta scodinzolante e festosa mi riempie di “baci” indipendentemente dal mio umore, lei non mi sta alla larga perché ho una <em>giornata no</em>, lei è felice di vedermi in ogni giornata!<br />
2.<strong>Mangiare i miei cibi preferiti</strong>, al diavolo la linea, il dottore e i brufoli, in una <em>giornata no</em> io mi sfondo dei cibi che mi fanno tornare il buon umore!<br />
3.<strong>Ascoltare la buona musica</strong>, quella che inevitabilmente mi fa muovere il piedino anche se ho la febbre, ho una mia playlist memorizzata di musica allegra ed energetica, canzoni che mi danno la giusta carica, non importa se il mio vicino sente la canzone dei puffi a ripetizione, se è quella che ti dà la carica che canzone dei puffi sia!!<br />
4.<strong>Leggere un bel libro</strong>, scritto bene, ma così bene che ti ci immergi e non ne esci più fino a che non lo hai finito, uno di quei libri che ti fanno dimenticare dove sei e cosa devi fare perché ormai sei là, in quel mondo, e ci stai così bene che non vorresti uscirne più!<br />
<strong>Queste sono solo alcune delle cose che mi trasformano una <em>giornata no</em> in una giornata si</strong>, attenzione però, questo è il mio metodo ed è la mia lista; <strong>avete voglia di pensarci e crearne una anche voi? Magari condividetela perché non si sa mai, potreste scoprire che quello che fa felice voi rende felice anche qualcun altro</strong>, non sarebbe male, no?</p>
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		<title>Contatori e percentuali della nostra vita.</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jun 2012 18:53:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bertozzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho comprato il Kindle. Mosso dalla curiosità stimolata dai tanti pareri discordanti sulla qualità degli eReader. Ero scettico, tremendamente, e lo sono stato sino al primo acquisto. Quasi una beffa, il primo libro digitale che ho comprato è stato un &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/06/contatori-e-percentuali-della-nostra-vita/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Ho comprato il <strong><a title="about Kindle" href="http://www.amazon.it/dp/B0051QVF7A/?tag=slhyin-21&amp;hvadid=18818269670&amp;ref=pd_sl_6a77mqs45_e" target="_blank">Kindle</a></strong>. Mosso dalla curiosità stimolata dai tanti pareri discordanti sulla qualità degli eReader. Ero scettico, tremendamente, e lo sono stato sino al primo acquisto. Quasi una beffa, il primo libro digitale che ho comprato è stato un classico: <em><a title="vai alla pagina Wikipedia dedicata al libro" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_ritratto_di_Dorian_Gray" target="_blank">Il Ritratto di Dorian Gray</a></em>. <span id="more-354"></span>Ho cominciato subito a soppesare <a title="Libri leggeri e senza parole, leggi il post" href="http://www.davidebertozzi.it/?p=145" target="_blank">le differenze tra le pagine digitali e quelle cartacee</a> e, la prima cosa che mi è venuta a mancare, è stata l’odore. La seconda lo strofinarsi delle dita sulla carta e sentirne lo spessore, la qualità, il materiale. La terza, ed è stata quella che mi ha maggiormente impressionato, è stata l’impossibilità di vedere l’<strong>avanzamento</strong> della lettura. Vederlo in senso <strong>analogico</strong>. Poiché in una brossura ci si accorge dello spostare il segnalibro verso il fondo, del raggomitolarsi delle pagine lette, delle pieghe negli angoli, quelle cose che ti fanno vedere in modo del tutto naturale e analogico l’avanzamento della lettura. Ci tengo molto a questa parola, avanzamento, che non è bellissima, ma in questo caso è molto importante. A queste mancanze &#8211; anche questa parola è orribile &#8211; il Kindle ha risposto con un’eleganza ed una precisione, sbalorditive. Già il fatto di comprare <em>Il Ritratto di Dorian Gray</em> alla modica cifra di € 0,79 fa già un certo effetto. E la questione degli odori e della carta, davanti a questa cifra, passa decisamente in secondo livello, almeno per me. Arriviamo alla questione dell’avanzamento. Tolta la carta, il Kindle è un oggetto unico, che non cambia mai di forma e dimensione anche se dentro ci si installa la <a title="info sulla Trilogia di Millennium" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Millennium_(trilogia)" target="_blank">trilogia di Stieg Larsson</a>, e in questo modo non si vede analogicamente lo spostamento del segnalibro o lo stropicciarsi delle pagine lette. C’è però, in basso a destra, un <strong>contatore</strong>, che se ne sta li senza invadere il territorio delle parole, un preciso indicatore che segnala la <strong>percentuale</strong> di lettura. Quindi, sostituite le pagine fisiche con quelle digitali, questo numerino ci dice quando siamo al 10%, al 50% o a qualsiasi punto della lettura.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/06/kindle-contatore.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-360" src="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/06/kindle-contatore.jpg" alt="" width="650" height="488" /></a></p>
<p style="text-align: justify">C’è dunque <strong>una rinuncia di certi gesti in cambio di nuove sensazioni</strong>, abitudini, e movimenti. Un po’ come quando il vecchio vinile ha lasciato spazio alle musicassette e poi ai CD, lasciando il romantico gesto dell’appoggiare la puntina sul disco per cimentarsi nel pigiare il pulsante play. Che poi, con le tecnologie touch, anche i pulsanti sono caduti in disuso.</p>
<p style="text-align: justify">Mentre Dorian Gray scopriva piano piano la sua maledizione io guardavo l’aumentare della percentuale di lettura, precisissima, mai invadente, e ho pensato a quanto sarebbe utile, <em>utile</em>, nella vita, un contatore di quello che facciamo. Un contatore digitale. Poiché analogici sono il tempo, le cicatrici, le rughe, i calli, le ferite, gli attestati, i documenti e gli errori che segnano l’avanzamento del nostro vivere, del nostro andare in contro ad una certa felicità. Ovviamente, partendo dal fatto che ogni individuo, in un modo unico e irripetibile, cerca di essere felice.</p>
<p style="text-align: justify">Pensando a questo, sarebbe comodo un contatore per misurare con una certa perversione <strong>l’avanzamento della felicità umana</strong>, si pone in maniera parallela e delicata, un social net differente: <strong><a title="vai al social network A Better Mundi" href="http://abmundi.com/" target="_blank">ABMundi</a></strong>. La sua fase embrionale si sta evolvendo verso un progetto più ambizioso, che scarta qualche errore di pensiero e valuta il modo più acuto di misurare la ricerca della felicità di ognuno di noi. Un network che si muove con prudenza, proprio come i libri digitali che costano poco &#8211; prudenti -, e avanzamenti meno fisici &#8211; così smetterò di guardare le mie cicatrici &#8211; ma sempre più leggeri, meno invasivi, più semplici da condividere e raccontare. Poiché per come la vedo io, la vita, è una storia favolosa, da raccontare arricchendola con le parole migliori che riesco a trovare, quasi fosse un romanzo. E se dovessi pubblicarla, probabilmente, cercherei il modo più veloce per farlo, quasi un tweet, o comunque, parole e numeri digitali, e tutte quelle cose che vanno a stuzzicare le emozioni. E queste, si sa, non badano al formato, ma al contenuto.</p>
<p style="text-align: justify">ABMundi vuole raccontare, con raffinata coerenza e senza malizia, la nostra vita.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/06/kindle_book.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-359" src="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/06/kindle_book.jpg" alt="" width="650" height="844" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>I significati che cerchiamo</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jun 2012 10:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Fabbrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>
		<category><![CDATA[conclusioni]]></category>
		<category><![CDATA[emozione]]></category>
		<category><![CDATA[la tempesta]]></category>
		<category><![CDATA[percorso]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo articolo probabilmente non verrá capito. Credo che il modo in cui lo scriveró (di getto e senza forse rileggerlo) fará sí che non sia semplice comprenderlo. E me ne scuso, ma sento il bisogno di cercare di passarvi cosa &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/06/i-significati-che-cerchiamo/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo articolo probabilmente non verrá capito.<br />
Credo che il modo in cui lo scriveró (di getto e senza forse rileggerlo) fará sí che non sia semplice comprenderlo. E me ne scuso, ma sento il bisogno di cercare di passarvi cosa mi passa nella <strong>pancia</strong> in questo momento. Se spendessi tempo a formalizzare ora queste cose credo che si perderebbe il succo, e come mi ha anche suggerito il mio amico <a title="Davide Bertozzi" href="http://www.abettermundi.com/author/davide-bertozzi/" target="_blank">Davide</a> forse é meglio cosi.</p>
<p><span id="more-341"></span>Martedí mattina ho deciso di non riconfermare un <strong>lavoro</strong>, e come ben sapete fare questo ai giorni nostri vieni preso come pazzo. Non vi nego che avevo una certa tremarella nel fare ció ma ho cercato di impostare una equazione molto semplice dove da un lato mettevo i miei principi, e dall&#8217;altro mettevo le difficicoltá della scelta divisi peró dai benefici di essa. Insomma morale della favola ho preferito non rinnovare.<br />
Ma ecco che nel pomeriggio ci arriva da Wind Business Factor la <a href="http://www.windbusinessfactor.it/palestra/startup-e-finanza/wbf-startup-competiton-i-10-progetti-selezionati-per-il-2-girone/9112" target="_blank">notizia</a> che siamo presi per passare alla fase successiva del contest.<br />
E ti chiedi: &#8220;Beh? ci hai messo lo zampino te?&#8221;. Vi lascio immaginare come fossi in quel momento (erano le 6 del pomeriggio ed avevo un sorriso a 56 denti, sí 56!). Ho chiamato un sacco di persone per dirglielo!<br />
Poi la sera mi arriva una delusione veramente forte da una carissima amica, di quelle delusioni che non sentivo da diverso tempo, di quelle poche persone in grado di provocare un tale dolore.</p>
<p>E ti ritrovi alle 2 di notte a cercare di capire la <strong>tempesta</strong> che ti sia passata sopra e cerchi di capire quale emozione sia piú forte, quali significati ci siano dietro, quali conclusioni puoi formalizzare da questo shacker di sensazioni.</p>
<p>L&#8217;indomani, ossia mercoledí, abbiamo partecipato ad un progetto molto interessante chiamato Progetto Itaca organizzato dalla Ail. Si parla di <strong>velaterapia</strong> ossia dei benefici che possano trarre i pazienti dallo stare ed andare in barca. Chiaramente io insieme ad altri eravamo in veste di clown per accompagnare i bambini della oncoematologia di Rimini, nostri &#8220;clienti fedelissimi&#8221;, i nostri bambini.</p>
<p>L&#8217;idea era quella di uscire in mare con una barca a vela con alcuni bambini ma purtroppo le condizioni meteorologiche furono avverse, poiché c&#8217;era troppo vento. Non vi dico il dispiacere di tutti alla notizia, soprattutto visto il fatto che era alla quarta edizione e solo una volta erano riusciti ad uscire in mare. Per cui si é scelto di fare ai bambini un giro di visita della barca con tutto l&#8217;equipaggio che spiegava come funzionasse. Ho visto genitori di bambini piú <strong>emozionati</strong> dei bambini stessi, giuro! Comunque é stato bello e divertente vedere questi lupi di mare che spiegavano a bambini con orecchie rittissime ad ascoltare. Rientrati dalla visita, cé stata poi una conferenza stampa che qui riporto.</p>
<p>
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</p>
<p>In questa conferenza stampa hanno parlato diverse persone e mentre queste parlavano confesso di essere partito per un mio viaggio personale, che aveva come tappe alcune parole delle persone che parlavano. Si é parlato di metafore della vela, del  seguire il vento, dell&#8217;importanza dei ruoli, di come lavorare insieme; una mamma ha parlato di <strong>tempesta</strong> a cui non ci possa esimere (parlando della malattia del figlio). Un sacco di spunti veramente interessanti che stavano disegnando un qualche cosa nella mia testa. Lo so, suono come hippie, come visionario e sognatore, sembro matto, lo so.</p>
<p>Il pensiero che mi si é formato é che sebbene spesso ci troviamo a pianificare e progettare, la vita come il tempo atmosferico non sempre segue le nostre volontá. Verrebbe da pensare che non contiamo nulla che tutto ció che facciamo non abbia senso. Qualche giorno prima, al funerale del papá di un mio amico il prete sottolineó la fragilitá e la pochezza della nostra vita, e ci ha invitato a pensare cosa di importante mettere nel nostro cesto da presentare alla fine dei conti. Perché cerchiamo significati e perché in ció che ci accade? Forse perché abbiamo paura di ció che non possiamo controllare? Beh in parte credo di si, perché ció che pianifichiamo e controlliamo lo conosciamo, <strong>ció che non conosciamo ci fa paura</strong>. Ed ecco che emergono le paure da ció che non sappiamo controllare, come una malattia, come un piano non rispettato.</p>
<p>Ma proprio quella giornata, quella barca mai salpata dal molo, mi ha ricordato che il mio fare clown é aiutare gli altri a cercare significati quando pensiamo non ci siano, perché sebbene sia importante scegliere i nostri valori, le cose in cui abbiamo fede, e scegliere che cosa fare della nostra vita, é assai piú importante <strong>il modo</strong> in cui decidiamo di arrivarci, di viverlo. E credo che proprio lí stiano i significati che cerchiamo.</p>
<p>Vi avevo detto che sarebbe stato contorto, vero?</p>
<p>Ora passo la palla a voi.</p>
<ul>
<li>Quanta energia mettete nelle cose che fate? Vi trattenete?</li>
<li>Quali sono le cose in cui avete fede?</li>
<li>Quanta energia dedicate a cercare la perfezione?</li>
<li>Quanto sapete lasciarvi andare al gustare un gelato o alla sorpresa di un scoperta?</li>
<li>Quanto siete felici?</li>
</ul>
<p>Buon vento a tutti voi, di tutto cuore.</p>
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		<title>Obiettivo Raggiunto</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 16:33:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Danilo Sanchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivo]]></category>
		<category><![CDATA[percorso]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho perso 5kg ed ho raggiunto il mio obiettivo entro la data stabilita. Le cose stanno così Qualcuno dirà “E che ci vuole?”. Qualcun’altro invece “Come hai fatto? Io sono anni che ci provo”. Il problema è che i primi &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/04/obiettivo-raggiunto/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho perso 5kg ed ho raggiunto il mio obiettivo entro la data stabilita.</p>
<p><em><strong>Le cose stanno così</strong></em></p>
<p>Qualcuno dirà “E che ci vuole?”. Qualcun’altro invece “Come hai fatto? Io sono anni che ci provo”.<br />
Il problema è che i primi non capiscono che ciò che per loro è stato facile per altri può sembrare un’impresa <strong>impossibile</strong>, e che i secondi chiedono consiglio a chi ci è riuscito, ossia i primi.</p>
<p>La verità è che i secondi sono tanti, <strong>tantissimi</strong>. La verità è che se sei uno dei secondi e alla fine raggiungi il tuo obiettivo, tu hai affrontato un’impresa, tu non ti sei arreso, tu hai sofferto, ti sei sentito frustrato, tu hai affrontato un problema che credevi <strong>irrisolvibile</strong> e l’hai risolto, hai trovato il modo di risolverlo.</p>
<p>Chi ce l’ha fatta al primo tentativo <strong>evidentemente</strong> non aveva un problema da risolvere, ha semplicemente eseguito un’azione che era già in grado di eseguire, non ha imparato niente, non ha combattuto, ha “vinto facile”.</p>
<p>Io faccio parte dei secondi.</p>
<p><span id="more-318"></span><em><strong>Il Problema</strong></em></p>
<p>Nel 2006 ero sovrappeso di più di 15kg. Un amico dopo alcuni giorni di snowboard insieme nei quali ero sempre l’ultimo a ripartire, mi fece notare che mi ero lasciato un po andare, forse per via della laurea.</p>
<p>Perderne 10 non è stato difficile. E’ bastato smettere di mangiare pastarelle a colazione, non mettevo più lo zucchero nel cappuccino, ho cominciato a dire no a chi mi invitava a cenare fuori 2 volte a settimana. Sport? Un po’ in più forse. Niente di difficile, ho solo rimosso cattive abitudini di cui non avevo bisogno, facili da perdere. Non so neanche se è stato solo questo, non me lo ricordo, è stato <strong>facile</strong>.</p>
<p>Purtroppo 2-3 anni fa mi sono assestato intorno a +5kg. Quello che facevo gratis non bastava più. Allora ho provato con la dieta ipocalorica, ma non riuscivo a seguirla per più di 2 settimane, e provavo ad andare a correre ma era noioso e portava via tempo che mi serviva per altro. Provavo a tracciare il mio peso per tenere l’attenzione su quello che mangiavo (carne e verdura quanta ne vuoi, occhio con carboidrati, etc.). Avevo preso dieci ingressi in piscina con l’idea che “li ho pagati, adesso li faccio”, li ho esauriti l’altro giorno dopo 3 anni. Niente da fare.</p>
<p><em><strong>La Soluzione</strong></em></p>
<p>Cosa è cambiato?<br />
Cosa ho scoperto? <img src='http://www.abettermundi.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /><br />
L’ho trasformata in un <strong>gioco</strong>. E adesso vi dico come ho fatto, così che anche voi possiate costruire il vostro gioco personale.</p>
<p>Per rendere divertente la <strong>corsa</strong> ne dovevo fare poca per volta, se no mi annoiavo. Andare insieme ad altri non mi aiutatava. Un bel giorno è arrivato <strong>Android</strong> nella mia vita e con lui <strong>Endomondo</strong>. Tracciare il percorso fatto e vederlo su Google Maps, sapere più o meno quante calorie avevo consumato (gli hamburger bruciati, i giri del modo fatti, etc.) trasformava la corsa in un gioco. Inoltre potevo comparare la fatica fatta con lo sfizio di un bombolone, comfrontare le entrate con le uscite, come in un gioco manageriale.<br />
Condividere queste informazioni su <strong>Facebook</strong> e vedere i “Mi piace” degli amici che silenziosamente dicevano “Grande Dani, 6Km oggi?” mi dava una <strong>carica motivazionale</strong> non irrilevante. La <strong>tifoseria</strong> è importante.<br />
E poi più corri e meno diventa faticoso, sarà che ad oggi devo accelerare meno massa&#8230;</p>
<p><a href="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/04/endomondo.png"><img class="alignnone size-full wp-image-327" style="border-width: 1px;border-color: black;border-style: solid" src="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/04/endomondo.png" alt="" width="590" height="273" /></a></p>
<p>Da gennaio vivo da solo e dopo un breve periodo di sperimentazione in cucina ho ripreso quella vecchia <strong>dieta ipocalorica</strong>. Ora potevo <strong>pesare ogni cosa</strong> poiché potevo <strong>cucinare io quello che mangiavo</strong> e cucinarlo solo per me. Mi sono reso conto che il sapore della pasta in bianco non è affatto male se ci metti un po’ di pepe e che se mando giù 250g di verdura a pasto arrivo alla frutta che quasi non riesco a mangiarla da quanto sono pieno. Inoltre il pasto della domenica con la tua famiglia acquisisce un sapore diverso, tutto è così buono e speciale.</p>
<p>Pesando TUTTO quello che mangi ti vien da chiederti come sia possibile essere sazi e continuare a dimagrire e così ti rendi conto che <strong>il nostro stomaco ha una capacità volumetrica</strong> (cm o litri) non calorica e che la domanda da farsi non è “quante calorie sto ingerendo?” ma “qual’è la densità calorica di questo alimento”. Quindi comincerai a guardare le <strong>calorie per 100g</strong> ( o per 10cl) di alimento e ti renderai conto che è il solo numero di cui hai bisogno. Io ho trovato questo sito per farmi un’idea generica <a href="http://www.calorie.it/">http://www.calorie.it/</a> . Per tutto il resto questo numero c’è praticamente su ogni confezione di prodotto. Abbiamo gratis un <strong>sistema di punteggio</strong>.</p>
<p>Importante è<strong> tracciare il peso, registrare i progressi</strong>. Questa sarà la vostra <strong>classifica</strong>. Io uso un Google Documents (adesso Drive), un foglio di lavoro. Quando sei preso dallo sconforto perché il tuo ultimo peso è maggiore di quello di due giorni fa vedere da un grafico che comunque nell’ultimo mese il trend è comunque positivo, ti risolleva il morale e ti spinge a non mollare. Non è assolutamente vero che dovreste pesarvi una volta a settimana. Questo lo dicono perché una rilevazione giornaliera è troppo fluttuante per essere leggibile ad occhio nudo. Ma voi avete bisogno di stare focalizzati ogni giorno e pesarvi vi aiuterà. Fatelo quasi tutti i giorni E mettete questi dati in uno stylesheet, guardate il grafico generato ed ignorate il vostro peso odierno.</p>
<p><a href="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/04/dieta.png"><img class="alignnone size-full wp-image-323" style="border-width: 1px;border-color: black;border-style: solid" src="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/04/dieta.png" alt="" width="590" height="248" /></a></p>
<p>Una <strong>condizione di vittoria</strong> è fondamentale. Ad esempio la mia era questa: Se pesandoti una mattina appena sveglio, con il pigiama addosso, ma senza pantofole, il tuo peso è inferiore di x Kg e la data di scadenza non è ancora passata, allora hai vinto! “E ma se i tuoi pigiami hanno peso differente” direte voi. Io rispondo “la condizione di vittoria non contempla questa variabile” come in una partita di calcio “la condizione di vittoria non contempla la bravura dell’arbitro”.</p>
<p>Sentirete dirvi più spesso “Ma sei dimagrito”. <strong>Ringraziateli</strong>. Si, lo so, stanno constatando l’evidenza, ma quel che conta è che vi stanno motivando, vi stanno mettendo di<strong> buon umore</strong>, vi stanno dando un <strong>feedback positivo</strong>. E poi noi ci vediamo tutti i giorni, loro invece ci vedono più raramente e notano meglio la differenza. Per quanto ci sembri sbagliato daremo sempre importanza al giudizio degli altri, forse più che ai numeri. Anche se già lo dice il nostro grafico sentirselo confermare dalle persone ci aiuterà a credere di potercela fare ed è <strong>quello che ci serve</strong>.</p>
<p>Alla fine di tutto, fermatevi un attimo e, come sto facendo io, <strong>scrivete</strong>, descrivete quello che avete fatto, <strong>cosa avete appreso</strong>, come l’avete fatto e<strong> condividetelo con gli altri</strong>: ciò che avete scoperto può essere utile ad altri e a voi in futuro quando vi sarete dimenticati di questa vittoria e starete combattendo un’altra battaglia che vi sembra impossibile.</p>
<p><em><strong>Cosa farò adesso</strong></em></p>
<p>Innanzi tutto <strong>festeggerò</strong>. Credo che mi sparerò una cena al Thailandese o al Giapponese.<br />
E poi, <strong>il gioco deve continuare</strong>. Il gioco non è finito e non finirà mai. Ora che il grosso e fatto devo controllare qual’è il mio peso forma e raggiungerlo, credo di dover perdere ancora qualcosina.</p>
<p><em><strong>Infine</strong></em></p>
<p>Leggete ogni tanto gli articoli di questo blog <a href="http://www.efficacemente.com/">http://www.efficacemente.com/</a>. Mi ha aiutato a vedere le cose sotto un altro punto di vista. Purtroppo ancora alcuni concetti faccio fatica ad accettarli perché ho dei preconcetti da rimuovere che vanno in conflitto con i nuovi. Tuttavia credo che piano piano leggere questa roba stia addestrando la mia mente a pensare diversamente.</p>
<p>Usate <a href="http://abmundi.com/">http://abmundi.com/</a>, perché ABMundi nasce proprio per indurre tutti i comportamenti di cui vi ho parlato nel vostro modo di porvi di fronte ad una sfida: Misurare, feedback continuo, condividere con gli altri, vedere l’apprezzamento degli altri per quello che stiamo facendo, focalizzazione sull’obiettivo, una scadenza, una condizione di vittoria.</p>
<p>Se siete arrivati a questo punto, vi ringrazio per l’attenzione. Volevo evitare di dirvi semplicemente &#8220;dovete mangiare di meno e fare più sport&#8221; ma volevo dirvi quali strumenti ho utilizzato io per aiutarmi a farlo, nella speranza che la sintesi dei miei pensieri possa esservi utile in qualche modo.</p>
<p>Chi sono? Mi han detto di dire che sono un marinaio che sta su una nave della stessa flotta&#8230; in sala macchine. <img src='http://www.abettermundi.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align: right">Danilo, ABMundi Lead Developer</p>
<div style="background-color: transparent !important;text-align: left !important;padding: 0px !important;margin: 0px !important">
<div></div>
<p><img src="http://www.google.com/uds/css/small-logo.png" alt="" /></div>
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		<title>ABMundi, un social network che fa bene al pianeta.</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 14:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bertozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

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		<description><![CDATA[I social network crescono come funghi, più numerosi dei super sayan, e c’è un motivo. La specializzazione, il bisogno di descriversi in modo molto più dettagliato di quanto possa fare, elegantemente, facebook. Nascono così posti in cui anche i più &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/04/abmundi-un-social-network-che-fa-bene-al-pianeta/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">I social network crescono come funghi, più numerosi dei super sayan, e c’è un motivo. La specializzazione, il bisogno di descriversi in modo molto più dettagliato di quanto possa fare, elegantemente, facebook. Nascono così posti in cui anche i più introversi diventano sociali, e i narcisisti trovano altri spazi per piacersi. E non c’è niente di male, credo. I nuovi social network, come <strong>ABMundi</strong> o <strong>Pinterest</strong>, scoprono ciò che piace alle persone, trovano una cosa che in rete ancora non c’è, la traducono in codici e forme.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-303"></span></p>
<p style="text-align: justify">Detto in modo più romantico: <strong>Twitter</strong> tiene il conto di quello che dico, memorizza ogni messaggio, ogni tweet, mi aiuta a raggiungere più persone. <strong>Facebook</strong> tiene il conto di quello che sono, più o meno, di come mi presento, per essere più precisi, mi aiuta ad essere più bello, o più simpatico, più sicuro. <strong>Anobii</strong> calcola quanto leggo, e quello che leggo, e c’ha di bello che mi aiuta a trovare persone che hanno gusti simili &#8211; o anche completamente opposti &#8211; ai miei. E così ogni altro social net racconta, in modo sempre più preciso, qualcosa di me.</p>
<p style="text-align: justify">E cosa fa invece <strong><a title="ABMundi the social net" href="http://abmundi.com/" target="_blank">ABMundi</a></strong>?<br />
ABMundi misura il mio impegno. Lo misura con l’unità di misura che scelgo io. Può mostrare il mio impegno agli altri, o può anche tenerlo nascosto, a seconda di come mi gira e di che tipo sono, o voglio apparire. Può mettermi in contatto con altre persone di qualsiasi spigolo del mondo che affrontano situazioni e imprese simili alle mie. Mi permette di scoprire che in Nuova Zelanda c’è un’altra persona che vuole leggere tutto <a title="about Ulisse" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ulisse_(Joyce)" target="_blank">Ulisse</a> di <a title="about James Joyce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Joyce" target="_blank">James Joyce</a> &#8211; impresa titanica e stupenda. Mi permette di scoprire quel ragazzino danese che, proprio come me, ha costruito un <a title="about minimimmo" href="http://www.minimimmo.com/" target="_blank">minimimmo</a> con i <a title="about Lego" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lego" target="_blank">Lego</a>. <strong>Misura il mio impegno, e lo avvicina, lo relaziona e lo mostra a tutte le farfalle che nel mondo, proprio in questo preciso momento qui, stanno battendo le ali</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">L’unità di misura la scelgo io, dicevo. Proprio così, da zero a cento, in percentuale, io decido e aggiorno lo stato del mio impegno in qualcosa, dal minimimmo di Lego allo scrivere un libro, al fare una dieta nichelfree. Decido io, senza barare. Perché se su facebook ha senso uploadare una mia fotografia ritoccata in cui appaio senza pancia e senza punti neri, così qualche ragazza clicca su “mi piace”, qui non ha senso ritoccare il mio impegno &#8211; salvo i casi di narcisismo estremo. L’impegno di cui ABMundi tiene il conto serve a migliorarmi &#8211; migliorarmi &#8211; per la legge che <strong>persone migliori fanno un mondo migliore</strong> -giusto?.</p>
<p style="text-align: justify">Ci provo in un modo ancora diverso a spiegarla: su <a title="Wired italia home page" href="www.wired.it" target="_blank">Wired</a> di aprile, a pag. 163, proprio alla fine dell’articolo <em>Disegnare le radici del futuro</em>, Franco Bolelli dice “possiamo essere certi che quello che perderemo sarà sempre meno di quello che andremo a guadagnare”. Ecco cosa fanno i social network. Ci aiutano a perdere meno cose. Pensando ad A Better Mundi, che mi fa ricordare tutti i tentativi di migliorarmi, e quindi di migliorare il mondo, posso essere certo che quello che perderò sarà sempre meno di quello che guadagnerò. Questo mi pare un ottimo modo per disegnare le radici del futuro.</p>
<p style="text-align: justify">È un rompicapo, lo so. La prossima volta cercherò di spiegarlo con parole molto più semplici. Anzi. Con meno parole, molte meno, anche senza. Magari con una fotografia. Come se dovessi spiegarlo ad un bambino.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/04/abm2-2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-302" src="http://www.abettermundi.com/wp-content/uploads/2012/04/abm2-2.jpg" alt="" width="670" height="388" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>Vivere il fallimento</title>
		<link>http://www.abettermundi.com/2012/04/vivere-il-fallimento/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 07:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho 31 anni e da sette l’umorismo rappresenta il mio lavoro. Non sono un comico bensì uno psicologo e un ricercatore in psicologia dell’umorismo. Quello che mi ha sempre affascinato di questo tema è il cercare di capire perché e &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/04/vivere-il-fallimento/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho 31 anni e da sette l’umorismo rappresenta il mio lavoro. Non sono un comico bensì uno psicologo e un ricercatore in psicologia dell’umorismo. Quello che mi ha sempre affascinato di questo tema è il cercare di capire perché e di fronte a cosa le persone ridono e si divertono. La mia vena umoristica e teatrale, inoltre,  mi ha portato qualche anno fa ad avvicinarmi al mondo della Clown Terapia e tutt’ora svolgo attività come clown negli ospedali .</p>
<p><span id="more-295"></span></p>
<p>Durante tutti questi anni ho partecipato a diversi corsi teatrali e di lavoro sul personaggio del clown e passando intere giornate a lavorare su me stesso ci sono due aspetti che mi hanno colpito (molti di più  a dire il vero, ma per  ragioni di spazio devo limitarmi). Il primo è l’incessante lavoro sulle <strong>emozioni</strong> che viene fatto nei laboratori: ore e ore a comprendere, vivere e impersonificare gioia, tristezza, spavento, rabbia, ansia e dolore, solo per dirne alcune.</p>
<p align="left">Un tale lavoro sulle emozioni è spiegato dal fatto che lo scopo dei clown in ospedale è quello di <strong>modificare lo stato emotivo</strong> in cui i pazienti si trovano. Ad un clown è richiesto di accogliere un’emozione negativa (ad es. ansia o rabbia) e trasformarla in una positiva. Affinchè questo possa essere possibile è importante sperimentarle su se stessi, rimanerci dentro, senza fuggirne via. Spesso, infatti, tendiamo ad evitare le emozioni spiacevoli per paura di non essere in grado di affrontarle. Così facendo, però, evitiamo di confrontarci con esse e diventare capaci di affrontarle e gestirle.</p>
<p align="left">L&#8217;altro aspetto che mi ha colpito è dato dai meccanismi comici alla base del divertimento provato nel vedere un clown all&#8217;opera. Cos&#8217;è che ci fa ridere del clown? Perchè &#8220;funziona&#8221;? Il motivo per cui ridiamo di fronte ad un clown è dato dal suo <strong>fallimento</strong>. E’ nel momento del fallimento, infatti, in cui il clown è afflitto, imbarazzato, affranto, che scatta la risata: non è il personaggio che fa ridere, ma è<strong> l’uomo, nel momento in cui viene “messo a nudo”.</strong></p>
<p align="left">Ma come è possibile? Semplice: viviamo in un mondo in cui l&#8217;uomo non può sbagliare: tutto deve essere perfetto. Quando un clown fallisce, il pubblico si identifica nel fallimento e pensa a quanto è stupido questo personaggio. Unitamente a questa stupidità, va aggiunto il fatto che il clown ha molteplici dubbi: non capisce ma vuole capire e non capendo fallisce.  Inoltre, va sottolineato che <strong>il clown non non finge, è lì seriamente</strong>. Crede in quello che fa, <strong>ed è il suo fallimento vero che scatena il riso</strong>.</p>
<p align="left">Ed è proprio <strong>dal concetto di fallimento che ognuno di noi può  lavorare sulle proprie inadeguatezze o sconfitte personali.</strong> <em>“Il clown non esiste al di fuori dell’attore che lo recita: siamo tutti dei clown, crediamo tutti di essere belli, intelligenti e forti, mentre ognuno di noi ha le sue debolezze, i lati ridicoli che, rivelandosi, provocano il riso”</em></p>
<p>E&#8217; vero che il  clown indossa pur sempre una maschera, il naso rosso, definito come la maschera più piccola del mondo e gliene affida un potere enorme.  Ma questa maschera ha lo scopo di metterlo a contatto con la parte più emotiva e primitiva di sè. Indossare la maschera più piccola del mondo porta a lavorare su aspetti di sé tenuti convenzionalmente nascosti, <strong>facendo emergere i lati ridicoli che esistono già in ognuno di noi e accettandoli</strong> attraverso una drammatizzazione teatrale. E’ anche vero che i grandi clown del cinema, lo sono anche senza indossare il naso rosso: Charlie Chaplin e Stanlio e Ollio sono alcuni degli esempi più citati. Guardando le loro disavventure, vedendoli alle prese con il loro fallimento, noi possiamo ridere di loro e delle loro sfortune.</p>
<p>Ma non solo il pubblico trae giovamento. Anche lo stesso clown, vivendo il proprio fallimento, instaura un nuovo rapporto con se stesso, in quanto non ha più necessita di salvaguardare la propria faccia diventa libero di<strong> ridere di se stesso per poter far ridere gli altri.</strong> Non si tratta di “fare il clown”, ma di “essere clown”.</p>
<p>È un “lavoro su di sé” che cerca un sentimento profondo e indaga uno degli aspetti importanti della recitazione:<strong> essere veri.</strong> Immaginiamo di vivere un evento triste, che ci porta alal disperazione e al pianto. Noi non vorremmo piangere, il nostro volto resiste, ma accade. Anche le disgrazie al clown accadono davvero.  Il clown non è un pagliaccio, ha una base tragica e attraverso la sua stupidità inventa  di continuo perché ha necessità di uscire dalla sua situazione, ma appare goffo e ci fa ridere. <strong>Il suo fallimento ci fa ridere</strong>.</p>
<p>Di mio, mi auguro che i miei fallimenti possano fare ridere qualcuno.</p>
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		<title>Largo alle scelte</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 22:08:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un momento nella vita che fa parte del primo passo verso la maturazione, un primo passo verso il processo definito crescita; avendo un evindenziatore per le mani come per marcare passaggi importanti di un testo, farei un segno preciso &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/04/largo-alle-scelte/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento nella vita che fa parte del primo passo verso la maturazione, un primo passo verso il processo definito crescita; avendo un evindenziatore per le mani come per marcare passaggi importanti di un testo, farei un segno preciso sulla capacità e possibilità di prendere decisioni autonome, fare le proprie scelte.<span id="more-282"></span></p>
<p>Ormai usciti dalla chioccia genitoriale siamo proiettati verso un mondo che in base alle nostre scelte verrà delineato in maniera netta, in modo da formare il nostro futuro.<br />
Non tutte le decisioni che siamo portati a prendere hanno lo stesso peso specifico, alcune hanno meno rilevanza e possono essere prese con un certa “leggerezza” alcune invece richiedono tempo ed un&#8217;attenta valutazione.</p>
<p>In alcuni casi le scelte comportano un cambiamento, mi viene da pensare una proposta di lavoro che preveda lo spostamento in un altra città, ed è proprio in queste situazioni che le nostre scelte vengono influenzate anche dalla paura.<br />
Paura intesa come: paura di non prendere la giusta decisione, paura nel non voler attuare dei cambiamenti, paura delle conseguenze che porterà questa nostra scelta, in pratica la paura è il nostro limite.</p>
<p>Ho sempre invidiato le persone con le idee chiare, quelli determinati, coloro che sanno già cosa fare, che hanno nella loro mente un “piano” che li porti ad un preciso punto nella loro vita, forse solo perchè sono degli individui impulsivi mascherati da persone risolute, o forse dei freddi calcolatori come cyborg; battute a parte, queste persone sembra che non risentano affatto “dell&#8217;influenza” negativa che può far valere la paura nella loro scelte.<br />
Sappiamo bene che le scelte che facciamo non ricadono solo di noi ma anche su chi ci accompagna nella nostra vita, genitori, amici, fidanzata/o, anche se sono tutti schierati a favore della nostra scelta qualsiasi essa possa essere.</p>
<p>Allora, se le scelte importanti sono difficili da prendere, perchè alcune comportano cambiamenti e questi ci fanno paura, come possiamo affrontarle?<br />
Detto che non c&#8217;è un “libretto di istruzioni”, credo che il “trucco” stia nel possedere una visione completa di noi stessi, quali siano le nostre linee guida, pregi e difetti, quali sacrifici siamo disposti a fare e a cosa non vogliamo assolutamente rinunciare, una sorta di nostra“carta d&#8217;identità”.</p>
<p>Avendo bene in testa, stampato a chiare lettere, questa precisa descrizione di noi siamo pronti a fare le nostre scelte, dopodichè le passioni, i sogni, un po&#8217; di curiosità, dirotteranno le nostre decisioni in una o altra direzione ma non stravolgeranno mai la nostra essenza.<br />
Ciò che non consciamo fa paura, quindi le scelte sul nostro futuro fanno paura, tutto sta nel prendere maggiore consapevolezza in noi, da lì in poi possiamo solo far meglio.</p>
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		<title>Il valore dell’amicizia</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 09:08:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lungo la rotta]]></category>

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		<description><![CDATA[Scrivo questo post mentre sono seduto su di un treno , durante il ritorno da una giornata lavorativa fuori regione. Negli ultimi mesi mi capita sovente di viaggiare per lavoro, a volte in auto e spesso in treno. Le mie &#8230; <a href="http://www.abettermundi.com/2012/03/il-valore-dellamicizia/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo questo post mentre sono seduto su di un treno , durante il ritorno da una giornata lavorativa fuori regione. Negli ultimi mesi mi capita sovente di viaggiare per lavoro, a volte in auto e spesso in treno. Le mie trasferte hanno una durata limitata: parto la mattina presto e torno la sera tardi. In un solo giorno percorro centinaia di chilometri. Tuttavia mi reputo <strong>una persona fortunata</strong>: faccio il lavoro che mi piace fare ed ho la possibilità di spostarmi, in città diverse e conoscere molte persone. Per come sono fatto è un fattore che rende stupendo il mio lavoro e sopportabili le lunghe trasferte.</p>
<p>Certo, anche in questo momento <strong>non vedo l’ora di arrivare a casa</strong>,<span id="more-275"></span></p>
<p>la mia casa, per mettermi in libertà e godermi quella restante notte in silenzio, lontano dalla frenesia dei rumori delle città, dei clacson dei taxi, dall’ormai familiare sirena che precede la chiusura delle porte del treno. Ciò che manca, oltre alla casa fisica in sé, è la sensazione di calore che circonda e riempie la vita di ognuno: <strong>gli affetti e la vicinanza di persone amiche</strong>.</p>
<p>Ed è di questo che vorrei scrivere oggi: l’importanza di avere delle persone che possono  darti nostalgia di casa e aiuto per affrontare anche i più lunghi viaggi. Mi vorrei soffermare su uno degli aspetti che reputo più importanti nella vita di ognuno:l’amicizia.</p>
<p>Un noto proverbio recita che <strong>chi trova un amico, trova un tesoro</strong>. Ed in queste poche parole risiede una grandissima verità. Considero l&#8217;<strong>amicizia</strong>, quella vera e disinteressata, un tesoro dal valore inestimabile. Un <strong>dono prezioso</strong>, straordinario, che può cambiare la nostra vita. Si sente spesso dire che le persone importanti si vedono nel momento del bisogno e altrettanto spesso si sente dire che gli amici veri si contano sulle dita di una mano; questo per sottolinearne l’importanza.</p>
<p>L’amicizia, tuttavia, può portare con sé anche sentimenti diversi: quanto spesso capita di sentirsi giudicati in base agli amici che si hanno. Oppure, ancora, nel mondo virtuale, capita che l’amicizia diventi strumento di misurazione del valore personale: “<strong>quanti amici hai?”</strong> “quante persone ti seguono?” sono solo alcune delle domande che sento frequentemente  riferendosi agli ormai “indispensabili” social network. Purtroppo, queste domande veicolano un messaggio sbagliato, fatto di competizione, rivalsa narcisistica e spesso ipocrisia (alzi la mano a chi non è mai capitato di avere un contatto su un social network che se ti incontra per strada neanche ti saluta…).  Quanto spesso, ahimè, troviamo persone che provano <strong>invidia o competizione</strong> per i propri amici.</p>
<p>Quante di queste persone possono dirsi amiche? Con quante di queste persone possiamo condividere non solo le vittorie, ma anche le nostre difficoltà e i nostri fallimenti? Credo che uno dei valori fondamentali dell’amicizia sia proprio questo: il supporto reciproco, basato su una conoscenza dei propri e altrui limiti e potenzialità. Quasi <strong>come se si parlasse di un parente</strong>, non a casa si dice che <strong>gli amici sono la famiglia che ci scegliamo</strong> e spesso ci rivolgiamo ai nostri amici usando termini che richiamano a vincoli di consanguineità: chiamiamo gli amici a noi più cari <strong>fratello</strong> o <strong>sorella</strong>.</p>
<p>Fermiamoci un attimo a pensare che cosa cerchiamo dai nostri amici. Che cosa condividiamo con loro? Sicuramente momenti di spensieratezza, di divertimento, di risate, partecipiamo ai loro successi e alla loro gioia. Non vi è competizione, vi è gioia reciproca, così come se avessimo avuto noi quella fortuna. E loro con noi.</p>
<p>Ma  la vita si sa, non riserva solo momenti belli: <strong>con gli amici anche affrontare i dispiaceri diventa più semplice.</strong> E quante volte  ci troviamo in difficoltà, ci poniamo obiettivi ma non sappiamo come realizzarli, ci sentiamo scoraggiati e abbiamo bisogno di sfogarci con qualcuno? E chi meglio di un amico può ascoltarci, supportarci  e spesso sopportarci?</p>
<p>Pensiamo a quante volte abbiamo detto a qualcuno: <strong>grazie per esserci stato</strong>, <strong>da solo non ce l’avrei mai fatta. </strong>Credo che questo siano alcuni dei valori più importanti dell’amicizia l’importanza di avere <strong>qualcuno che possa gioire quando noi gioiamo, e che si di al possibilità di piangere quando noi piangiamo.</strong></p>
<p>Pensiamo a quanto è importante avere il supporto di qualcuno, qualcuno che possa darci l’aiuto quando ne abbiamo più bisogno.  E se ci guardiamo bene, anche quando le cose sembrano non andare come vogliamo, quando ci sentiamo sperduti, un amico c’è sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"> “..<em>io</em> <em>lo so che non sono solo anche quando solo, </em></p>
<p align="right"><em>e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango..</em>”</p>
<p align="right">L. Cherubini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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